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Pillola si, pillola no

Pillola si, pillola no

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Parlare di psicofarmaci è quantomeno difficile. D’altro canto, viste le numerose mail che mi avete scritto sull’argomento, e vista l’importanza dell’argomento stesso, vale la pena di affrontare il tema senza peli sulla lingua.
Radicale e rivoluzionaria, è la posizione di Luigi Cancrini, psichiatra e psicoterapeuta, nel suo libro “date parole al dolore”, libro intervista con relatrice Stefania Rossini.
“Professor Cancrini, come se niente fosse lei sta dicendo che gli spacciatori di droga non sono diversi dagli psichiatri che propinano farmaci. Non le sembra un pò forte?
Da un certo punto di vista, le cose stanno proprio così. Rispetto all’elaborazione del lutto o alla rimozione del conflitto che sta alla base del sentimento depressivo, il meccanismo di azione delle droghe e degli psicofarmaci è simile. E simili sono, soprattutto, gli effetti. Si può dire solo che eroina e cocaina sono più pericolosi perchè, dando piacere, creano vincoli di dipendenza che gli altri, più comuni, psicofarmaci antidepressivi non riescono a stabilire.
Già vedo l’accusa: estremismo psicologico. Lei che dice ‘tutti in psicoterapia’ per rispondere a chi dice ‘tutti con la pillola in tasca’.
Ciò che è esasperante, guardi, è la quantità di danni provocata da persone che promettono miracoli e non offrono nulla in cambio dei loro onorari o dei loro stipendi. La psichiatria, del resto, è l’unica branca della medicina che non ha avuto risultati significativi, finora, nella popolazione cui è stata applicata.
Se, come lei dice, un motivo c’è sempre, se ogni depressione ha avuto un trauma scatenante, tutto sembra diventare fin troppo lineare. Dove si nasconde la difficoltà?
La persone diventa depressa, in termini tecnici, soprattutto quando non è in grado di collegare il proprio malessere alla ragioni che l’hanno determinato. Immaginiamo, per esempio, situazioni in cui la sofferenza è legata a motivi di cui non ci si può apertamente (e coscientemente) lamentare. E’ il caso di un bambino piccolo esposto al conflitto doloroso tra i genitori, ma è anche il caso del coniuge più debole di una coppia in crisi: a bloccare la paura di perdere un ruolo, una posizione che si avverte come decisiva per il proprio equilibrio personale.
C’è qualche caso che ricorda in particolare?
Sono molti. Arrivano in treno, da Cosenza, da Catania, da Siracusa. Le dico solo il caso di una di queste famiglie del Sud: mite, intimidita, chiusa a protezione di una figlia malata. Mi hanno portato questa donna ormai adulta e mi hanno raccontato che a vent’anni ha avuto un episodio depressivo, che ha fatto l’elettroshock e che è stata bene qualche mese. Ma poi è ricaduta ed è tornata in clinica a fare altri elettroshock. […] Mi hanno mostrato la foto di qualche anno prima, mi hanno raccontato che aveva un fidanzato, qualche ipotesi di lavoro, qualche progetto abbozzato. […] Non aveva niente a che fare con quella creatura sfatta, ingrassata di trenta chili, con i baffi, i capelli che cadevano a ciocche unte intorno al viso. Una creatura distrutta per sempre.”
A questo discorso si può aggiungere quanto segue: una terapia farmacologica può essere una valida ‘stampella’ nel momento del bisogno, laddove questa possa essere utile per attenuare i sintomi. Tuttavia per un’elaborazione e comprensione dei sintomi stessi, è necessario un lavoro psicologico, altrimenti si rischia di dover usare le stampelle per tutta la vita.

@DottorSaita #psicologo #roma

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